10 dicembre 2016

Stabat Mater - Tiziano Scarpa

Hello readers!
E' da qualche tempo ormai che compro quasi esclusivamente libri usati - mi piacciono di più, che posso farci? - e Stabat Mater è uno di questi. Premio Strega 2009, Stabat Mater di Tiziano Scarpa rimane un grande punto interrogativo.

Tiziano Scarpa
Stabat Mater
Prima pubblicazione: 2008 
Pagine: 144 
★★★

È notte, l'orfanotrofio è immerso nel sonno. Tutte le ragazze dormono, tranne una. Si chiama Cecilia, ha sedici anni. Di giorno suona il violino in chiesa, dietro la fitta grata che impedisce ai fedeli di vedere il volto delle giovani musiciste. Di notte si sente perduta nel buio fondale della solitudine più assoluta. Ogni notte Cecilia si alza di nascosto e raggiunge il suo posto segreto: scrive alla persona più intima e più lontana, la madre che l'ha abbandonata. La musica per lei è un'abitudine come tante, un opaco ripetersi di note. Dall'alto del poggiolo sospeso in cui si trova relegata a suonare, pensa "Io non sono affatto sicura che la musica si innalzi, che si elevi. Io credo che la musica cada. Noi la versiamo sulle teste di chi viene ad ascoltarci". Così passa la vita all'Ospedale della Pietà di Venezia, dove le giovani orfane scoprono le sconfinate possibilità dell'arte eppure vivono rinchiuse, strette entro i limiti del decoro e della rigida suddivisione dei ruoli. Ma un giorno le cose cominciano a cambiare, prima impercettibilmente, poi con forza sempre più incontenibile, quando arriva un nuovo compositore e insegnante di violino. È un giovane sacerdote, ha il naso grosso e i capelli colore del rame. Si chiama Antonio Vivaldi. Grazie al rapporto conflittuale con la sua musica, Cecilia troverà una sua strada nella vita, compiendo un gesto inaspettato di autonomia e insubordinazione.
Il violinista alla finestra - Matisse
Un romanzo di poco più di cento pagine, duro e leggero da digerire. Prima ancora di iniziare è fondamentale ammettere che la preghiera dello Scarpa, ad oggi, non mi entra nel cuore. Cecilia, orfana sedicenne, vive all'Ospitale, il luogo che la tiene prigioniera e la salva al tempo stesso, il luogo in cui viene abbandonata da una sconosciuta madre, alla quale è rivolto il suo lungo lamento. Sì, perché Cecilia parla come un fiume in piena con la sua idea di madre, scrive nei pezzi di fogli che restano le sue paure, dialoga sola e con se stessa, immagina e distrugge una Signora Madre che non risponde mai. Tutto inizia e finisce molto velocemente, e molto velocemente capiamo che si tratterà di un lungo monologo, di una sorta di diario di un viaggio che Cecilia affronta di notte, quando la sua angoscia diventa insopportabile, e il suo letto un inferno da cui fuggire per poter tornare a respirare. Poco delineati tutti i personaggi, che entrano in scena all'improvviso e senza alcun preavviso, dando per scontato che il lettore li conosca da sempre. Così, un giorno qualunque, arriva Antonio Vivaldi che compone e dirige le violiniste orfane.

Sono stata attraversata dal tempo e dallo spazio, e da tutto quello che essi portano dentro. Alla fine ero stravolta, in un`ora io sono stata musicalmente grandine, musicalmente afa, musicalmente gelo, musicalmente tepore, musicalmente piedi intirizziti, musicalmente pioggia leggera, musicalmente suolo ghiacciato che fa male caderci sopra, musicalmente prato tenero, sono musicalmente stata dentro il sonno di un guardiano di capre, dentro un cane che abbaia, dentro gli occhi di una mosca, sono musicalmente stata nuvola nera, passo ubriaco, bestia terrorizzata e pallottola che la uccide.
Non ho dubbi sulla scrittura di Tiziano Scarpa: cattura e terrorizza in senso buono, ma il tutto è circondato da una patina di fretta e da protagonisti che si sentono poco. I pochi dialoghi che leggiamo tra Cecilia e il suo maestro, Cecilia, la Signora Madre, tutto è lontano e indefinito, proprio come fossero soltanto ricordi sbiaditi. Un pentagramma di situazioni che si susseguono, nel quale una nota insegue affannosamente l'altra, e secondo cui la regola fondamentale è la fretta. Non mi ha dato il tempo di capire, Scarpa, né di immedesimarmi più di tanto; non ho avuto il tempo di conoscerli, Vivaldi e Cecilia, né di tentare un giudizio nei confronti della Signora Madre, né tanto meno di poterla assolvere. Non c'è stato il tempo, infine, per saluatarli: a libro finito ho avuto la forte tentazione di guardarmi indietro, di leggere le pagine non scritte, le cose che non c'erano, le scene non raccontate. Una nota, quella finale, che è tutta una disillusione: mi aspettavo anche lì un dopo, un racconto successivo, un futuro mai esistito. Una storia che nasce e muore lì, in una giornata, e dura, purtroppo, solo cento pagine.

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