20 novembre 2015

Mio padre votava Berlinguer - Pino Roveredo

Buongiorno, lettori!
In questa splendida giornata di novembre ho pensato di ospitare nel mio piccolo blog un libro che ho letto un po' di tempo fa, e che ho riletto per l'occasione. Spero davvero che vi piaccia come è piaciuto a me, e spero di potermi confrontare con chi l'ha letto. Ora vi lascio alla mia personale recensione.


"Papà, ti giuro, mi basterebbero cinque minuti, guarda, giusto il tempo di abbracciarti e scattarti una foto, così che posso strofinarti per altri vent'anni e calmare questa fame che mi morsica il cuore."

Mio padre votava Berlinguer di Pino Roveredo


Pino Roveredo
Nasce a Trieste nel 1954 da una famiglia di artigiani: il padre era calzolaio. Dopo varie esperienze (e salite) di vita, ha lavorato per anni in fabbrica. Operatore di strada, scrittore e giornalista, collaboratore del "Piccolo" di Trieste, fa parte di varie organizzazioni umanitarie che operano in favore delle categorie disagiate.

Otiumentis
Come vedete non ho voluto creare uno spazio "trama" per questa recensione. Questo libro ha conquistato il mio cuore, per cui per me è particolarmente difficile parlarne. Quanto più un opera ti conquista, tanto più diventa difficile essere oggettivi.
Oggettivamente posso dire che è un libro di 140 pagine che si legge in un'ora. Riesce a conquistare il lettore fino all'ultima pagina e no, non per trama o intrecci fantascientifici. E' la storia di Pino, l'autore del libro, e di Sisto, un padre che il lettore arriva a conoscere da vicino. Un padre sordomuto che riesce a riempire un mondo di parole, attraverso gli occhi di un figlio che aveva ancora tante cose da dirgli.
Un padre tutto d'un pezzo, di cui non si riusciva a conoscere in famiglia l'orientamento politico, e un figlio che un giorno, in una osteria, gli domanda:

"Papà, tu con chi stai?"
"Io... io sto con le brave persone!" [...]
- Solo quando ci alzammo, tu appoggiasti qualche moneta sul tavolo, poi mi prendesti sottobraccio e col gesto lento e calmo delle mani mi dicesti... -"Pino, mi raccomando... tu, vota Berlinguer!"

"[...] perché Berlinguer era una brava persona" cantava Gaber, colonna sonora della loro storia.
Sisto parla in quell'osteria non spinto da una condizione ideologica, ma sperando di trasmettere al figlio il valore delle brave persone, consigliandogli di vivere a testa alta per fare sogni sereni di notte.
Ragazzi, è un pugno allo stomaco. Vi rimane dentro, incollandosi sul bisogno di ognuno di diventare quelle "brave persone". Perché questo è il cardine della storia ed il pensiero fisso di un padre che si vanta dei suoi figli, anche quando sbagliano, anche quando inciampano, e anche quando non si comportano da brave persone. La lunga lettera di Pino al suo papà, il quale rivive nitidamente attraverso i suoi racconti, dimostra come, dopo anni di "capriole in salita", chiunque può riscattarsi da un passato che sanguina ma insegna una rinascita.

La storia scorre sotto le mani che sfogliano le pagine e, senza che il lettore se ne renda conto, termina. Di Roveredo avevo già letto "Mandami a dire", (brevi racconti che saranno il centro di una mia recensione a parte) ma quando ho letto "Mio padre votava Berlinguer" mi sono realmente resa conto della lucidità con cui questo scrittore, in ogni singolo libro, affronta la sua stessa vita. Non esiste fantasia o immaginazione: quello che leggerete è la sua vita, nel bene e, spesso, nel male, perché "negare quei rovesci sarebbe stato come raccontare mezzo cuore."
Roveredo appare crudo ed estremo come chi narra una storia che conosce a memoria, e lo fa per salvare se stesso. Credo, a tal proposito, che non sia del tutto errato considerare questi "dieci fogli" come iniziatici: il gran bisogno di scrivere al padre per tenerlo in vita lo porterà ad uno sviluppo tutto nuovo, ad un livello ancora superiore.

"Se puoi, perdonami gli eccessi. Perdonami anche le verità scoperte che avevamo tenute segrete per una vita, ma se le avessi omesse avrei scritto una storia per gli altri, e non per il nostro bisogno.  [...]
Ora ho terminato la scrittura, staccato la mano, finito l'inchiostro, e ho giusto il tempo di regalarti tre movimenti con la lingua dei segni, per dirti che ti voglio bene. [...] Addio papà! Addio per tutta la vita!"

Un saluto maturato e sofferto, che non può non farmi commuovere di cuore.
Se davvero esistesse una scaletta di giudizio per i libri, che va da uno a dieci, o da uno a cinque, io darei 10 o 5 alla loro storia, perché qui non si parla di un libro ma di una storia, intima e personale, che Roveredo ci ha voluto raccontare. 
Il fattore determinante della mia profonda ammirazione è che Roveredo scrive soprattutto per se stesso. Tra queste pagine non capiterà di trovare costrutti immaginari e fantasiosi: è vita vera.
La sua scrittura è pulita e sincera, e questo si avverte chiaramente.
In questo libro Pino infila tutto se stesso, la sua storia e le sue capriole; ed io ho messo necessariamente tutta me stessa nel leggerlo. 
Posso solo dire... leggetelo!
 

Esse

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